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Da diverso tempo affianco al lavoro commerciale una intensa attività di ricerca personale e di promozione sociale. Di questo altro mio mondo fa parte il lavoro che presento qui ora.
Ho realizzato queste nove immagini con un gruppo di otto detenuti della Maison Centrale di Arles, in Provenza; incaricato dalla società Préface Léo Lagrange, responsabile della formazione dei detenuti, per cinque giorni ho tenuto all’interno di questo carcere di massima sicurezza un laboratorio di ”introduzione alla fotografia di ritratto”, parte del più ampio corso ”operateur de traitement de l’image numerique”.
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Ai detenuti ho proposto di raccontare al mondo di fuori la loro percezione della prigionia, inventando metafore visive delle quali l’attore principale fosse il corpo, nella dimensione carceraria l’unica proprietà certa.
Dopo una lunga e impegnativa discussione, servita anche a vincere alcune diffidenze, abbiamo realizzato nove immagini alle quali abbiamo in seguito aggiunto dei titoli scritti a mano (con il corpo).
Tutto il processo si è svolto alternando informazioni tecnico/operative a discussioni sulle intenzioni e sui risultati. Per l’impossibilità di stampare a colori abbiamo intitolato la serie ”Une vie en noir et blanc”, titolo che ha poi fornito ai detenuti lo spunto per un testo esplicativo.
Il lavoro, senza dubbio pioneristico per il contesto, è stato fortemente apprezzato da tutte le sfere coinvolte: dai detenuti innanzitutto, poi dal Direttore dello stabilimento Sig. Jean Philippe Mayol, dalla direzione dell’amministrazione penitenziaria e da Jean De Laforge, responsabile di Leo Lagrance. Lo psicologo del penitenziario Charles Balhouanes, l’assistente psichiatrico Laurent Segui e il responsabile della formazione del personale carcerario, Thierry Chauvin, hanno inoltre utilizzato le fotografie per una delicata e diversa azione di prevenzione del suicidio.
Ora sono ad Arles per un secondo laboratorio, questa volta si tratta di ‘’introduzione alla fotografia di oggetti”; riprenderemo oggetti presi dal quotidiano degli stagisti per farne una serie intitolata ‘’Portraits d’objets detenus’’.
Ma di questo dirò al mio rientro.
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For some time now alongside my professional work I have also been carrying out quite a lot of research work, both social and artistic in nature. The work I am presenting here, now, is a part of this other world of mine.
These new images were created with inmates from the Maison Centrale of Arles in Provence; and were commissioned by the Préface Léo Lagrange Group, who organized the training for prison inmates that I did for five days in this maximum security prison. It consisted of a workshop “An Introduction to Portrait Photography”, which is one part of a longer course called “expert in treatment of digital images”.
I made a proposal to the prisoners, and this was to tell their “stories” of prison to the outside world, inventing visual metaphors where the body played the main role; the body, the only property that is definitely their own. After a long, challenging discussion, which helped some people to overcome their distrust, almost aversion to the project, we created new images and added new titles to them too, by hand (with the body).
The whole process consisted alternatively of tecnical/practical information followed by discussion on intentions and their results. Since it was impossible for us to print in colour we called the series “Une vie en noir et blanc” (A life in black and white). The title, in fact, then spurred the prisoners on to develop an explanatory text as well.
This work, which, in this context, was a completely new venture, was, in fact, very successful at all levels of the prison world that were involved in it: above all for the prisoners, and also for the Head of the Establishment Mr. Jean Philippe Mayol, the board of security administration and Mr. Jean De Laforge, from Preface Léo Lagrange Group. The prison psychologist Charles Balhouanes, the assistant psychiatrist Laurent Segui and the head of the prison staff’s training Mr.Thierry Chauvin also used the photographs as the starting point of a sensitive suicide prevention action that they carried out.
I am leaving now to do a second workshop, this one is an “Introduction to the photography of objects”; where we will photograph objects from everyday life in prison to create a sweries entitles “Portraits d’objets detenus” (Portraits of imprisoned objects)
But I’ll tell you more about this on my return.
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